Cattolica Eraclea: Il Castello di Capodisi

Il casale di Capitis Disii o Captedi fu costruito dai romani tra la fine del II e l’inizio del I secolo a. C. nel tenimento di Monforte o Platani nell’odierna località chiamata Punta di Disi. Probabilmente l’insediamento è stato conseguente al ripopolamento dei territori appartenenti a Eraclea e, dopo la conquista romana, destinati a sviluppare e migliorare l’agricoltura. Per un certo periodo coesistette con Platani e i Romani se ne servirono anche per controllare il commercio del sale estratto dalla vicina salina. La cosiddetta via del sale, fin dai tempi più remoti, partiva dalla contrada Salina e si collegava da una parte al fiume Canne (probabilmente l’antico Camico), fino ad arrivare a Cena (nelle vicinanze di Siculiana Marina), e dall’altra alla vicina Platano, da dove, attraverso il fiume, si arrivava al porto di Eraclea. Sulla commercializzazione del sale fin dai tempi di Minoa ci parla Ernesto De Miro, ipotizzando che: Si sia verificato un insediamento acheo-cretese alla foce dell’Halykos la cui valle avrebbero risalito i mercanti di salgemma.[1] Dal Fazello apprendiamo l’esistenza della salina di Platani: In Sicilia montis salis genitura fecundii; apud Ennam, Nicosiam et Camaratam, ac Platinim [2].
I mercanti di sale greci e romani, risalendo il fiume Halykos fino all’incrocio con l’Acragante (odierno Jazzo Vecchio che costeggia la Giudecca) e oltrepassando Capitis Disii, raggiungevano la predetta salina di Platani. La commercializzazione del sale e dello zolfo nell’antichità era tenuta nella massima considerazione. Il sale era utilizzato per condire e conservare i cibi e come preziosa merce di scambio.
Le poche notizie, storicamente interessanti, che ci sono state tramandate sono sufficienti a farci comprendere come questo territorio abbia partecipato agli avvenimenti che si susseguirono durante le varie occupazioni della Sicilia. Nel periodo medioevale nella contrada Punta di Disi-Borangio (ex feudo Cattà) fu costruita una roccaforte, oggi conosciuta con il nome di castello di Capo di Disi o Capodisi (Castiddruzzu). Fu posta ai piedi della collina del casale Capitis Disii in vicinanza di un torrente che confluiva nel fiume canne. Questa fortificazione presidiava la fertile pianura del tenimento Capodisi e dava riparo ai coloni sparsi nella vallata. Probabilmente subì la stessa sorte degli altri castelli occupati dagli Arabi prima e in seguito conquistati dai Normanni-Svevi. Dopo la definitiva conquista, l’imperatrice Costanza con testamento del 1195 ha lasciato alla Chiesa di Palermo i casali di Platani e Captedi (Capitis Disii) con il relativo tenimento. La donazione fu riconfermata dall’Imperatore Federico nel 1211 e la chiesa di Palermo li cedette in enfiteusi a vari signori.
Alla morte dell’Imperatore e dei suoi legittimi eredi Enrico e Corrado, con l’incarico di reggente del nipotino Corradino, Manfredi, figlio naturale di Federico II e Bianca Lancia, s’impadronì del regno di Sicilia, mettendosi in contrasto col papato. Pochi giorni prima della sua morte, avvenuta nel febbraio del 1266, il papa Clemente IV aveva dato la corona del regno di Sicilia a Carlo D’Angiò, fratello del re di Francia. Dagli Staufen il regno di Sicilia, che comprendeva l’isola e tutta l’Italia meridionale fino a Napoli, passò ai D’Angiò e i collaboratori di Manfredi furono costretti a rifugiarsi in Africa e in Spagna. La dominazione angioina, tristemente famosa per crudeltà e malversazioni effettuate sul popolo siciliano e per aver trasportato la capitale del regno a Napoli, suscitò la rivolta del popolo palermitano (31 marzo 1282), che in breve si estese in tutta la Sicilia. In quest’occasione, il latifondo di Capodisi con il relativo castello (castrum Borangij), era stato occupato da Manfredi di Aspello e concesso in enfiteusi a Corrado di Castromainardo. Questi, a sua volta, l’aveva affidato in custodia ad un suo fedele amministratore: Beninato Catalano. Questa e altre infeudazioni furono considerate dalla Chiesa usurpazioni dei propri diritti.
Dopo la pace di Caltabellotta (1302), i rapporti tra la Casa Reale d’Aragona e la Chiesa Cattolica migliorarono; la Sicilia fu riconosciuta come feudo della Chiesa di Roma, ma rimase, effettivamente, in possesso di Federico d’Aragona, sotto forma di donazione vitalizia.[3] Nel 1303 il tenimento Capodisi ritornò in possesso della chiesa di Palermo, per opera del Giustiziere della Valle di Girgenti.
Casalium Platani et Platanelli, tenimentorum dictorum Capitis disii et fluminis Platani, et piscarae eiusdem fluminis sitorum in tenimento praedicte civitatis Agrigenti, omniumque iurium finium et pertinentiarum eorum.[4] Il tenimento di Capodisi e il feudo di Monforte o Platani erano in territorio agrigentino, nella parte compresa tra i fiumi Canne e Platani. Nel 1422 furono concessi in enfiteusi a Gilberto Isfar dall’arcivescovo di Palermo Ubertino de Marinis. Gilberto era un nobile catalano, capitano d’armi valoroso, venuto in Sicilia al seguito di Alfonso il Magnanimo, il quale lo ricompensò nominandolo barone di Siculiana.

CAPODISI OGGI

Da un’escursione fatta sui luoghi, in compagnia degli amici Franco Mangiapane e Gaspare Noto nel 2003, ho potuto costatare l’esistenza di un casale sulla collina chiamata Punta di Disi. Abbiamo raggiunto la predetta località, salendo per la strada che da Cattolica porta in contrada Alvano. Girando sulla destra si arriva in contrada Bordonaro e subito dopo ai piedi della collina presso la località chiamata Grutta do ‘nfernu (Grotta degli inferi). Abbiamo riscontrato la presenza di una necropoli, non databile, con tombe scavate nella roccia, le cui entrate erano ostruite da cespugli spinosi. L’interno delle tombe, violate da molto tempo, era poco praticabile a causa del terriccio che in parte le ricopriva.
In una seconda occasione (marzo 2009), dai piedi della collina, attraverso un viottolo, siamo saliti in cima e abbiamo riscontrato che il pianoro soprastante presentava una serie di abitazioni diroccate e tra queste una particolarmente interessante per le sue dimensioni e per il muro di cinta che la circondava. Ci ha fatto pensare che si trattasse di un casale fortificato del periodo medioevale. Nei dintorni erano sparsi cocci di ceramica varia di difficile identificazione, tra cui alcuni di colore rossastro.
Da Punta di Disi si domina tutto il territorio che va dalla Giudecca al monte Giafaglione. Per un viottolo, scendendo dalla collina, siamo arrivati in contrada Borangio e abbiamo incontrato i ruderi di una rocca, chiamata Castiddruzzu o castello di Capodisi. Alla base del fabbricato, costruito sulla roccia, abbiamo notato una grotta dalla forma simile alle tombe a tholos, che in tempi recenti è stata adibita a stalla. Girando intorno al castello, abbiamo notato tre grotticelle, due delle quali in comunicazione tra loro, mediante uno stretto cunicolo.
Nelle vicinanze del piccolo castello di Capodisi scorre un torrente che scende dalla collina, attraversa un’arcata scavata nella roccia, percorre la contrada Borangio, si unisce con un altro torrente e termina la sua corsa nel fiume Canne. Parallelamente al corso d’acqua un viottolo in terra battuta prosegue per le contrade Borangio, Portella di Girgenti e Matarano, costeggia il fiume Canne e arriva a Siculiana. Probabilmente questa era la strada che dal XV secolo in poi gli amministratori degli Isfar et Corilles percorrevano per raggiungere il tenimento di Capodisi e il feudo Monforte de Platina.

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