Tradizioni popolari – I giochi di una volta (seconda parte)

Carrozzoni

LE NOSTRE TRADIZIONI POPOLARI (Tratto dal libro “Sotto la polvere del tempo di Angela Zambito)
“Nel corso di un ventennio d’insegnamento, presso l’Istituto Comprensivo Ezio Contino, con la collaborazione degli alunni e di alcuni colleghi, mi è stato possibile promuovere e coordinare una serie di ricerche per raccogliere e conservare, prima che la polvere del tempo occultasse ogni traccia, tutto ciò che è stato ritenuto significativo per la conoscenza delle radici e della storia di Cattolica Eraclea.
Le varie ricerche, unificate nella presente raccolta, devono essere considerate il frutto di un’attività di recupero e valorizzazione del patrimonio storico-culturale del nostro territorio, perché hanno avuto come principale fine quello di conservare e di rigenerare la memoria storica della nostra cultura paesana e anche regionale.”

I GIOCHI

– A li nuci o a li mennuli era un gioco molto praticato sia dai ragazzi che dagli adulti nelle strade e in casa, soprattutto nei mesi che precedevano e seguivano la fiera del Rosario, perché era il periodo in cui c’era più disponibilità di noci e di mandorle, un tempo abbondanti nel nostro territorio. Era un gioco di gruppo, cui ciascuno partecipava contribuendo con delle noci o mandorle, che venivano disposte a terra in linea orizzontale. I partecipanti lanciavano la loro mastra (noce pesante e dalla forma quasi rotonda) oppure l’aranciteddru (guscio di mandorla riempito di piombo ed avvolto in uno strato di cera) verso lo scià (una pietra); chi si avvicinava di più al predetto segnale, mettendo il piede dietro di esso, tirava per primo verso le noci e faceva proprie tutte quelle che colpiva (a chiddri chi si fa), oppure, se si giocava ‘n punta di tutti e si colpiva una delle due estremità se le aggiudicava tutte. Nel caso in cui colpiva una o più noci, poste nel mezzo, se le prendeva unitamente a quelle che restavano dispari. Il gioco continuava fino alla fine di tutte le noci, che venivano colpite prima dallo scià, dopo dal punto dove erano andate a finire, dopo il primo tiro, le mastre ed infine a carcanasu, cioè avvicinandosi alle noci e, dopo aver preso la mira, colpendole facendo venire giù dalla punta del proprio naso la noce mastra o l’aranciteddru. Nel predetto periodo festivo, che cadeva nella prima e seconda settimana di ottobre, il gioco delle noci veniva praticato all’interno delle case tra familiari e parenti.

– A li cciappuli era un gioco che si praticava con dei pezzi di ferro arrotondati o quadrati, muniti di un buco al centro (cciappuli) e con un pezzo di legno o ferro di forma cilindrica chiamato canneddru, su cui si disponevano delle monetine, bottoni o altre piccole cose. Da una distanza prefissata, secondo un ordine conquistato con alcuni tiri preliminari, i giocatori lanciavano la propria cciappula verso il canneddru. Vinceva chi riusciva a far cadere le monetine o i bottoni vicino alla propria cciappula o dentro ad un piccolo cerchio o turruné, che era stato disegnato attorno al canneddru.

– A li bocci era un gioco che si praticava con otto palle di legno, quattro bianche e quattro nere, ed un pallino. Aveva, a volte, le stesse regole che valevano per il gioco delle cciappuli, oppure quattro giocatori si dividevano in due squadre e lanciavano le proprie bocce cercando di avvicinarsi quanto più possibile al pallino. Vinceva la squadra che riusciva a realizzare per prima 11 o 21 punti.

– A circuliari era un gioco molto antico che si praticava individualmente o a gruppo. Il nome deriva dall’oggetto usato: lu circulu, cioè una ruota di bicicletta, privata dei raggi, del copertone e della camera d’aria. Con un filo di ferro dalla punta ritorta, chiamato ‘ncagliu, si guidava il cerchio e lo si faceva girare, mantenendolo in equilibrio. Molti bambini si divertivano girando per le vie del paese in questo modo e facendo delle gare di velocità o di resistenza su dei tragitti prefissati.

– A li pinni
era un gioco fatto con le piume di volatili: galline, oche, grossi uccelli. I ragazzi partecipanti si disponevano a forma di croce; il capogioco lanciava in aria le piume ed ognuno dei partecipanti cercava di afferrarle. Vinceva chi riusciva a raccogliere più pinni. Legata a questo gioco c’era una filastrocca: amuninni, amuninni / a jucari a li pinni! A volte, quando i ragazzi volevano escludere qualcuno di loro, dai giochi che richiedevano particolare abilità, gli dicevano: “Va’ joca a li pinni”. Ciò stava a significare che questo gioco non era tenuto in grande considerazione dai ragazzi, anzi era reputato idoneo per i bambini o le ragazze.

– A gravachiummu
era un gioco di gruppo, in cui i partecipanti si schieravano addossati al muro, mentre uno di loro, il mazzeri, si sedeva su uno scalino ed un altro, tirato a sorte, si piegava ed appoggiava la testa sulle gambe del mazzeri, che gli bendava gli occhi con le mani. Uno del gruppo si avvicinava e saltava sulla schiena del compagno, cercando di non farsi riconoscere. A questo punto il capogioco chiedeva al compagno che faceva da cavallo: “Cu è gravachiummu, Pasqua’?[1] L’interrogato doveva cercare d’indovinare il nome del compagno che gli stava sulla schiena per liberarsi e cedergli il posto. Se sbagliava, invece, un altro ragazzo si aggiungeva al primo, fino a quando il malcapitato non indovinava oppure, non riuscendo a reggere il peso dei compagni, cascava per terra ed era costretto a rimettersi sotto e a ricominciare il gioco.

– A Niniddru
era un gioco simile al precedente nella disposizione dei ragazzi partecipanti. Dal gruppo si staccava un ragazzo che, avvicinatosi al compagno piegato, lo colpiva con il palmo della mano e, cercando di non farsi riconoscere, ritornava nel gruppo. A questo punto il mazzeri chiedeva: “Cu fu Ninì?” Questi, avvicinatosi ai compagni addossati al muro, ne indicava uno e, tenendolo a cavalluccio, lo portava dal capogioco, che gli chiedeva: “A cu porti?” “A Niniddru”, rispondeva l’altro. Se il ragazzo aveva indovinato, si liberava e cedeva il posto al compagno. Nel caso in cui non indovinava, il mazzeri gli ordinava: “Va’ a lassalu ca nunn’è iddru!” e questi doveva riportare il compagno al proprio posto, tenendolo sempre a cavalluccio. Si caricava sulle spalle un altro compagno ed il gioco continuava fino a quando non indovinava chi era Niniddru, che una volta scoperto prendeva il posto del compagno.

– A tri tri, tavula longa o cicireddru era un gioco di squadra, in cui i partecipanti, divisi in due gruppi, facevano la conta. I ragazzi della squadra perdente, inclinando il corpo e appoggiando le mani sulle spalle del compagno, formavano un ponte sul quale quelli della squadra avversaria dovevano, uno alla volta, saltare, dopo aver pronunciato la frase: “A tri tri”. Dopo che tutti i componenti della squadra si erano sistemati sul ponte, i ragazzi, che stavano sotto, cominciavano ad agitarsi, cercando di far cadere gli avversari. Vinceva la squadra che era riuscita a rimanere in sella, oppure l’altra se disarcionava o faceva toccare terra con il piede ad uno degli avversari.

– A li cincu rucchiceddri
era un gioco individuale e l’occorrente consisteva in cinque sassolini (rucchiceddri o giachi), di forma piatta. Si disponevano a terra i cinque sassolini nella seguente maniera: quattro in modo da formare un quadrato e uno al centro. Il primo giocatore ne prendeva uno tra due dita e lo lanciava in aria, cercando di farlo ricadere sul dorso della mano, quindi si continuava con gli altri sassolini. Se il giocatore non riusciva a frenare la caduta del sassolino sul dorso della mano, continuava il gioco un altro ragazzo.

-A li dubbii (indovinelli) era un gioco di gruppo, che si svolgeva così: un ragazzo faceva da capogioco e, tenendo un’estremità di un fasciacollo attorcigliato, proponeva ad un altro, che teneva l’altra estremità, chiamato Rumé, di risolvere l’indovinello proposto. In caso positivo il capogioco esclamava: “Du’ sordi Rumé cafuddra” ed il ragazzo era lasciato libero di inseguire i compagni e colpirne almeno uno dietro le spalle. Succedeva, a volte, che il capogioco gridasse: “Du’ sordi Rumé arriggira” ed il ragazzo si affrettava a raggiungerlo, inseguito e colpito con le mani dai compagni di gioco. Chi era stato colpito per primo, era chiamato a risolvere un altro indovinello. Nel caso, invece, che Rumé non riusciva a risolvere l’indovinello, doveva sottoporsi alla pena, consistente nel ricevere un colpo di fasciacollo da ciascuno dei compagni di gioco, oppure ad una penitenza stabilita dal capogioco.

– A battimuru era un gioco praticato con le monete. Ogni ragazzo, dopo aver fatto la conta, batteva sul muro una moneta e la faceva rimbalzare, cercando di farla arrivare vicino alle monete dei compagni. Chi riusciva nel predetto tentativo e si avvicinava ad una lunghezza inferiore alla lispa (un filo di paglia della lunghezza di circa 20-25 centimetri o quanto il palmo della mano dei giocatori) vinceva la moneta del compagno. Il gioco continuava fino a quando uno dei giocatori non abbandonava per aver perso tutte le monetine.

– A la foia o a la guerra era un gioco molto pericoloso, praticato principalmente negli anni 1930-1950. I ragazzi costituivano delle bande di quartiere, che periodicamente si scontravano e si combattevano con lancio di sassi ed altri oggetti (foia), che di solito terminava quando qualcuno veniva colpito e ferito alla testa. Gli scontri e i combattimenti, a volte, si svolgevano imitando le guerre con spade di legno e bastoni, oppure a tricciati, cioè con fruste di corda o peli di coda di cavallo (tricci).

– A battuliari o a testa e littra si faceva con le monetine. Chi lanciava più vicino al muro la moneta o vinceva la conta, aveva il diritto di prendere le monete, nasconderle e battulialli (rotearle e farle tintinnare) nelle mani, poi pronunciare testa o littra e buttare per aria le monete. Si vincevano quelle cadute secondo la previsione. Il gioco continuava con il secondo ragazzo e così via, fino ad indovinare la faccia di tutte le monete.

– A zicchettu o turruné era un gioco individuale in cui i ragazzi tracciavano sul terreno un cerchio (turruné) diviso in quattro parti da due righe incrociate (simi), poi tiravano la loro monetina o bottone (pumettu) verso il muro o una pietra chiamata scià. Chi si avvicinava di più, aveva diritto a lanciare tutte le monetine cercando di farle entrare nel cerchio, non riuscendoci, aveva la possibilità di effettuare un tiro, strofinando due dita (il pollice e il medio) e spingendo la monetina dentro il cerchio. Si tirava un colpo ciascuno, seguendo l’ordine conquistato prima. Ciascuno vinceva le monetine che riusciva a fare entrare nel cerchio. Se la monetina si fermava sulla sima era considerata fuori dal turruné.

– A la baddra
era un gioco che prendeva il nome dall’oggetto usato cioè la baddra (trottola) di legno resistente, di solito di faggio, munita di un pizzu d’azzaru, consistente in un chiodo robusto e appuntito nelle estremità, che si conficcava al centro della trottola e sporgeva fuori di tre o quattro centimetri. L’innesto del pizzu necessitava di cure particolari per la buona riuscita dell’impresa. I ragazzi si recavano dal fabbro per fare praticare al pizzu la cosiddetta azzariatura (veniva arroventato e battuto sopra l’incudine) e, quindi, inserito nel buco della trottola, dopo avervi infilato delle muschiddri (mosche morte ed essiccate). A seconda della riuscita, la baddra era considerata appizza e resta se girava senza saltellare, tirichitanchi se invece andava saltellando, oppure finula o muschiddra se girava silenziosamente e velocemente. I diversi modi di comportamento della trottola servivano, a volte, ad indicare il carattere o il comportamento più o meno deciso delle persone (appizza e resta = uomo fermo e deciso; tirichitanchi = volubile e poco affidabile; finula = elegante e piacevole). Le trottole, quando riuscivano tirichitanchi, venivano ammastrate, limando e risistemando per bene ‘u pizzu. I partecipanti al gioco avvolgevano intorno al chiodo e alla trottolina la lazzata (un filo di spago chiamato rumaneddru) e, quindi, la lanciavano verso terra, tenendo tra le dita l’estremità della lazzata, la cui parte finale era munita di un gruppu (nodo). La trottolina raggiungeva il suolo e si metteva a girare più o meno velocemente a seconda se era lanciata a la ‘n sutta (in maniera leggera per non provocare danni) oppure a la ‘n capu (con più forza e per scalfire le altre trottole). Si tracciava un cerchio sul terreno di gioco (di solito era in terra battuta), all’interno del quale, dopo aver fatto la conta, il giocatore perdente poneva la propria trottola, che gli altri giocatori, uno per volta, dovevano colpire con la propria. Se il partecipante al gioco non la colpiva, doveva prendere in mano la propria trottola mentre girava, oppure avvicinarla con lo spago teso fra le mani e far toccare le due baddre. Il primo dei giocatori che non riusciva in questa operazione, prendeva il posto del compagno, che così, con un sospiro di sollievo, poteva liberare la propria trottola ed iniziare a colpire, tentando di spaccare o scheggiare (scardari) quella degli altri. Oltre alle trottoline venivano usate anche quelle più grandi: li baddruna e, quando si colpiva con essi, per i malcapitati erano dolori, perché spesso la baddra colpita andava in pezzi.