Lo spreco delle baby-pensioni

Confartigianato: Le baby pensioni costano allo Stato 163,5 miliardi. Una ‘tassa’ di 6.630 euro su ciascun lavoratore italiano

Mentre si discute sull’innalzamento dell’età pensionabile, non si possono dimenticare gli effetti di lunga durata sulla spesa pubblica di un fenomeno come le baby pensioni che costano allo Stato 163,5 miliardi. Una sorta di ‘tassa’ pari a 6.630 euro a carico di ciascuno dei 24.658.000 lavoratori italiani.
Il calcolo è di Confartigianato che ha analizzato quanto pesano sul bilancio statale e sulle tasche dei cittadini, in termini di mancate entrate e maggiori uscite, le 531.752 pensioni di vecchiaia e di anzianità concesse a lavoratori pubblici e privati che sono andati in pensione con meno di 50 anni di età, in alcuni casi addirittura dopo appena 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio.


di FLAVIA AMABILE – LASTAMPA.IT

Che cosa sono le baby pensioni?
In questi giorni se ne è parlato molto. Il termine baby pensioni però indica soltanto quelle godute da lavoratori del settore pubblico che hanno smesso di lavorare a meno di 50 anni di età. Furono introdotte nel 1973 dal governo Rumor e cancellate quasi venti anni dopo, nel 1992.

Chi ne aveva diritto?
Chi aveva 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi se si trattava di donne sposata con figli, 20 anni per gli statali, 25 per i dipendenti degli enti locali.

In quanti ne godono?
Sono 531.752 le pensioni di vecchiaia e di anzianità concesse in questi anni secondo l’ultimo rapporto della Confartigianato. In media i baby pensionati ricevono un assegno di circa 1.500 euro lordi al mese. Cifre di tutto rispetto, se si considera che mediamente incassano la pensione per più di 30 anni avendo versato pochissimi contributi. Incassano minimo tre volte rispetto a quanto hanno versato.

Chi sono i baby-pensionati?
Il 78,6% – quasi 8 su 10 – sono dipendenti pubblici, come . Di questi più della metà (il 56,5% sono donne. Il restante 21,4% invece sono persone che godono di regimi speciali. Sono soprattutto persone che vivono al Nord, e non a caso la Lega sta puntando i piedi contro ogni intervento in materia. Il 62,5% è concentrato al Nord. Al primo posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi e un record assoluto di 2 baby-pensionati su 10. Al secondo posto c’è il Veneto con 56.785 assegni, il 10,7% del totale. Al terzo e quarto posto Emilia Romagna e Piemonte, rispettivamente con 52.626 e 48.414 assegni, circa il 9% del totale..

Quanto costano?
Cifre abnormi se si considerano tutti gli effetti sull’economia di quest’anomalia previdenziale. In totale costano allo Stato circa 163,5 miliardi, una sorta di tassa di 6.630 euro a carico di ciascun lavoratore italiano, sostiene Confartigianato, se si calcola la maggiore spesa che le casse pubbliche sopportano rispetto ai pensionati ordinari. I baby pensionati infatti ricevono un trattamento pensionistico più lungo di 15,7 anni rispetto ad un pensionato medio. Se si calcola la maggior spesa pubblica cumulata per ognuno degli anni di pensione eccedenti alla media si arriva alla cifra di 148,6 miliardi di euro. A questa somma bisogna aggiungere la minore contribuzione pari a 138.582 euro per ogni baby-pensionato del settore privato. Sono circa centomila, vuol dire un carico di 14,8 miliardi di mancate entrate previdenziali. Se invece si vuole considerare solo le rendite erogate siamo su una spesa di 9,45 miliardi di euro: 7,43 miliardi per quelle incassate dai lavoratori del pubblico impiego, 2,02 miliardi per i lavoratori sottoposti a regimi speciali. E’ una cifra considerevole soprattutto se si tiene presente che nel 2010 la spesa pensionistica complessiva, secondo i dati della Ragioneria generale, è arrivata a sfondare quota 193,4 miliardi, pari al 15,3% del Prodotto interno lordo. Insomma, oltre il 5% della spesa per assegni pensionistici serve a coprire l’esborso per i baby-pensionati.

Quanto hanno lavorato?
Forse sarebbe preferibile rovesciare la domanda e chiedere quanto restano in pensione per aver eun quadro più chiaro di quello che accade. In media il 48% della vita, ovvero più di 40 anni,s e si considera una durata media della vita di 85,1 anni. Ma ci sono 16.953 fortunatissimi baby pensionati che si sono ritirati dal lavoro a 35 anni e che restano in pensione quasi 54 anni, ovvero il 63,4% della vita, molto più della metà della loro esistenza. Da non disprezzare anche la condizione di coloro che sono andati in pensione tra i 35 e i 39 anni: restno in pensione 47 anni, il 55,8% della loro vita.

Esistono baby pensionati famosi?
Sì, sono anche molti e spesso politicamente scomodi. Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, andato in pensione da magistrato a 44 anni (oggi ne ha 60) e che incassa 2.644 euro lordi al mese. La moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, sposata con il leader della rivolta contro Roma Ladrona, è andata in pensione come insegnante a 39 anni. Proprio su di lei si è scatenata l’ultima lite alla Camera due giorni fa. Tra i politici c’è anche Leoluca Orlando, un tempo sindaco di Palermo e oggi portavoce dell’Idv che è andato in pensione a 42 anni. E persino Adriano Celentano non si è tirato indietro: è in pensione dal 1988 a soli 50 anni. A livelli diversi,a nche come rendite percepite, l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli. Quando compì 48 anni decise di lasciare la Banca d’Italia di cui era arrivato a ricoprire il ruolo di vicedirettore generale. Un’ottimo incarico che si è riflesso sulla pensione: 15mila euro al mese per 24 anni di lavoro senza che questo impedisca di continuare a ottenere incarichi e stipendi mensili. Un percorso simile quello di Rainer Masera andato in pensione a 44 anni dopo una lunga carriera in Banca d’Italia per diventare presidente dell’Imi, l’Istituto Mobiliare Italiano. Da allora lo Stato gli versa 18mila euro al mese.

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