L’infanzia con Biagio Pennino, il Canadese di Montreal

di Nino Pennino

Riandare indietro nel tempo con la memoria riporta alla luce tanto quanto riaffiora con prepotenza sincera. Io e Biagio non avevamo ancora quattro anni quando vedevamo e potevamo assistere alle esercitazioni dei nostri soldati, che saltavano con leggerezza l’abbeveratoio, che era sulla salita, chiamata comunemente di San Giovanni. La camerata, un magazzino della ricca famiglia Borsellino, era ubicata di fronte l’abitazione di Biagio in via prof. Leonardi.

Avevo con Biagio una forte amicizia e mi parlava spesso di tutti i suoi zii, molto legati a suo padre. Suo zio Nino era il calciatore, che comprava le riviste sportive. Qualche volta orgoglioso mi mostrava le riviste vecchie di suo zio con i grandi campioni. Mi faceva scendere al campo sportivo per vedere giocare lo zio, che giocava con bravura. Suo zio gli comprava anche libri da leggere. Lo invidiavo per questa sua possibilità, che aveva di leggere buoni libri. Ma non glielo dicevo.

Un giorno perdemmo un amico comune; apparteneva alla famiglia Renda, che abitava sotto i magazzini della famiglia Borsellino. In cucina della sua casa la legna prese fuoco e l’incendio divampò d’improvviso e si portò via il ragazzo e la sua mamma, che morì nel tentativo di salvarlo. Tutta la polazione si riversò sulla strada. La pregiata acqua si trovò per spegnere il fuoco. Si capì in quel momento che nella gente del paesino c’era tanta solidarietà. Fu un dolore che io, Biagio, tutti i vicini e tutta la popolazione sentimmo.

Arrivò il primo giorno della prima elementare. Biagio passò a prendermi. Mi trovavo dietro il bancone del negozio di mio padre in via Collegio. Biagio con matita e quaderno tra le mani mi diceva: „andiamo“. Non lo capivo, dove voleva andare quando mia madre mi consegnò una matita e un quaderno. Era roba, che vendevamo. In classe conobbì Nono Zambito, che fu eletto capoclasse. Ma poi non volli frequentare la scuola. Passavo tutto il giorno in piazza. In aprile a casa mio fratello Vincenzo si lamentò con me con queste parole: „l’insegnante mi disse che tu non vai a scuola“. Risposi: „lo so anch’io“. Non fui accompagnato a scuola.

Quando ci trovammo a conversare sulla scala esterna del cortile di proprietà di Paolo Cammelleri, accanto alla casa della famiglia Amendola in via prof.Leonardi, io, Biagio, Giuseppe Miceli e Rosario Cammalleri sul nostro futuro, quel giorno presi la decisione all’età di otto anni di diventare sarto. All’indomani d’estate mi presentai dal principale Domenico borsellino. All’apertura delle scuole continuai ad andare dal sarto di pomeriggio. Non sarei diventato un buon sarto, perché sono daltonico. Invece Biagio dopo alcuni anni cominciò a lavorare come fattorino nella Banca di Sicilia in prospettiva di venire assunto forse.

Il nostro comune amico, che abitava di fronte a lui, figlio del falegname Calcara, fu il primo a lasciarci ancora giovanissimo per emigrare in America. La casa del falegname fu comprata dal commerciante Santo Renda. Adesso ricostruita ed abitata dalla famiglia Campanella.

Biagio fu l’organizzatore delle escursioni domenicali. Il gruppo era composto ogni volta da più di dieci ragazzi. La sua prima idea fu di entrare nella salina. Per questa impresa ognuno doveva portarsi appresso una candela e dei fiammiferi. Fu la prima e l’ultima volta che fui nella nostra salina. Una prossima volta fummo a san Giorgio. Non sapevamo di essere degli abusivi, perché qualcuno disse di essere nella sua terra. Nel più bello quando tutti avevamo le tasche piene di frutti, venne un guardiano arrabbiato, che ci inseguì. Quel giorno avrei potuto vincere una maratona per la corsa a rompicollo lungo le discese scoscese per la tanta paura, che portavo addosso. Ci furono altre fughe dal paesino. Era la semplice voglia di evadere per occupare la domenica e di conoscere cosa c’era al di là delle colline. Una volta andammo sempre a piedi anche a Montallegro, dove quando all’arrivo caddi a terra ed il mio ginocchio sanguinò e prontamente fui medicato da una pia mamma. A tarda sera fummo a casa. Non era ancora il tempo delle auto.

Quando Biagio fu più grande, noleggiava la domenica al campo sportivo la bicicletta di suo fratello Calogero.

Poi le nostre strade ci separarono, perché lui era uno studente ed io un sarto-apprendista. Quando Biagio partì per il Canada con tutta la famiglia, aveva frequentato il ginnasio ad Agrigento.

Ora ci sono anni, nei quali per caso ci incontriamo nel paesino e ci baciamo e ci abbracciamo con tanto affetto, sperando in un prossimo incontro.

Nino Pennino