L’ Iliade a Minoa per Teatri di Pietra. Il racconto

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Occhi attenti, sentono portare dal vento il profumo della macchia mediterranea che sale dal mare per attraversare il cielo. Lo scenario è quello del teatro greco di Eraclea Minoa, dove si attende che abbia inizio dalle labbra del bravo Sebastiano Lo Monaco uno dei racconti omerici per eccellenza: l’Iliade. Ora in uno scenario forse non troppo lontano da quello delle sabbie di Troia, gli spettatori sembrano sentire la forza di cariche barche spinte dal vento. Questa volta a sbarcare non sarà, però, l’invincibile esercito greco guidato dal grande Agamennone con al seguito i suoi grandi eroi, bensì una domanda antica ma sempre più viva in questo occidente tormentato da mille tensioni: “Chi fra Afrodite ed Ares possiederà il cuore e la mente degli uomini? Chi governa il loro destino?” I due dei si contendono, per tutta la serata, a suon di tranelli e tristi morti il palcoscenico giocando con gli uomini e divertendosi come bambini osservandoli cedere al destino che loro stessi hanno scritto. Unico arbitro imparziale Zeus a dettare temi e tempi della trama sorretto dalla preziosa voce del narratore.
Il copione, però non porta con sé banali accidenti, ma imprese di eroi che di fronte al fato si contendono e si impegnano perché la loro fama si conservi nei millenni sottraendo agli dei, nell’unico modo possibile, la loro più grande e desiderata qualità: l’immortalità!
Toccherà ad ognuno di noi rispondere a quella domanda, mentre Lomonaco tesse in modo originale il racconto dell’Iliade partendo dalla triste morte di Ifigenia, passando per l’uccisione del fedele Patroclo e la conseguente ed ineluttabile vendetta di Achille fino ad esaltare il multiforme genio di Odisseo!
Su quale altare deporre le nostre armi e la nostra volontà su quello di Ares dio della guerra o su quello di Afrodite dea dell’amore? L’occidente più che mai oggi è ancora imbevuto da questa fatale domanda, la cui unica risposta, pare suggerirci Lo Monaco sta nell’addensarsi del senso nelle nostre azioni affinché in esse possa trovare spazio una poetica della bellezza a non appaia mai la parola barbarie.

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