In memoria di Giovanni Lardé, emigrato in Germania

Era l’estate del 1947 quando io entrai nella sartoria del principale Domenico Borsellino, un uomo che durante l’ultima guerra mondiale raccontava sporadicamente agli amici, che venivano a trovarlo, la sua vita giornaliera del servizio militare mentre noi cucivamo. Così si apprendeva con curiosità un passato triste della nostra storia recente. Il principale veniva in paese reputato il più bravo. Ecco perché andai da lui a lavorare come apprendista. Qui feci conoscenza per la prima volta con Giovanni Lardé, che aveva quasi due anni più di me. Io ne avevo otto anni e lui ne doveva compiere 10 a settembre.

Durante il periodo scolastico la mattina si andava a scuola e il pomeriggio si tornava dal sarto. Per noi non c’erano vacanze né di Pasqua né estive né di Natale. Anzi durante le grandi festività si lavorava per più di dodici ore, perché c’era molto lavoro. I vestiti si dovevano consegnare prima della festa. Durante l’estate quando c’era meno lavoro il principale ci mandava dai clienti a chiedere il denaro, perché ancora non erano venuti a pagarlo a raccolto avvenuto. La produzione in paese era quasi nella maggiore parte dei casi di frumento, mandorle e olive.

Io rimasi a lavorare come apprendista fino a sedici anni e poi aiutai mio padre nel suo negozio, che era un emporio, dove si trovava di tutto. Invece Giovanni divenne maestro di taglio. Aprì in paese una sartoria, ma i tempi erano diversi. Tutto stava per cambiare. La gente preferiva comprarsi il vestito confezionato sia per comodità sia per convenienza di prezzo. Dopo essersi indebitato con il commerciante per la stoffa e per l’affitto del locale, seguì con il fratello Antonino l’orma paterna in Germania, dove aveva trovato lavoro.

Suo padre era un falegname ed un musicista. Passava molte ore al giorno ad esercitarsi con il suo strumento musicale per suonare nella banda musicale del paese, che rappresentava l’anima di un orgoglio cittadino senza la quale ci sarebbe stato un vuoto totale. Le sue molte ore dedicate alla musica non erano ricompensate dignitosamente per lo spettacolo sonoro durante le feste o durante il funerale, ma era una cosa, che si faceva per amore e dedizione. Eppure una banda musicale portava tanta gioia in paese quando attraversava le vie cittadine, che diventavano allegre. Noi ragazzi la seguivamo con piacere immenso. Erano poche le cose, di cui godevamo in quel periodo dopo la guerra mondiale. Anche per lui come falegname, per il ferraio e per i calzolai, non c’era tanto lavoro. I contadini avevano già abbandonato le terre, che non rendevano più per emigrare lontano, dovunque ci fosse la possibilità di guadagnare il pane onestamente. Era un allontanarsi pieno di incognite e di speranza. Si affrontava il futuro in Germania senza la conoscenza della lingua e senza una buona abitazione. Si guadagnava e si riacquistava la dignità di uomo. Si era grati al datore di lavoro della puntuale busta paga, che consentiva di mandare quanto di risparmiato alla propria consorte, da cui si era malvolentieri separato. Si sentiva la mancanza di parenti, amici di gioventù e di tutto quello che prima rappresentava il proprio mondo.

Con il passare del tempo la separazione non era più una rassegnazione, ma la convinzione, che la vita offriva un altro ambiente, che diventava tuo, perché ti eri integrato tra la gente, che prima era straniera. Durante le ferie in estate si rivedeva volentieri in paese e si conversava piacevolmente. Oramai eravamo diventati anche dai nostri amici degli ospiti, che devono rimanere ben poco sul suolo, che li ha visti crescere. Non c’era più la nostalgia, era roba d’altri tempi. I mezzi di trasporto e di comunicazione avevano preso sopravvento sul nostro comportamento. Eravamo delle apparizioni pronte a scomparire quanto prima dagli occhi curiose della propria gente. Così ritornava alla mente la curiosità di chi ci accoglieva in una terra straniera, che ora ci seppellisce con rito cristiano, ma diverso.

Giovanni e suo fratello Antonino si sono integrati bene nella società tedesca e presto hanno imparato la lingua. Il caso ha voluto che fosse la stessa città ad ospitarci. Così c’è stata qualche volta la possibilità di rivederci.

Lui ha avuto una compagna tedesca di nome Monika Gonschor, che gli è stato vicina fino all’ultimo nei momenti di malattia e di dolori. Anche suo fratello Antonino gli è stato di grande conforto.

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