Francesco Renda: una vita dedicata all’indagine storica sulla nostra isola

Giorno 18 febbraio alle ore 9,30, uno dei più illustri figli di Cattolica compie 90 anni e viene festeggiato a Palermo, presso l’Istituto Gramsci (cantieri culturali della Zisa), per la sua straordinaria produzione storica. Parteciperanno alla tavola rotonda illustri accademici e politici.

Il prof. Francesco Renda, uno dei principali rappresentanti della cultura isolana del nostro secolo, nato a Cattolica Eraclea il 18 febbraio 1922, è stato deputato regionale (dal 1951 al 1957) e senatore della Repubblica (dal 1968 al 1972), professore ordinario di storia moderna presso la facoltà di scienze politiche dell’univer­sità di Palermo, adesso in pensione. Fin da giovanissimo ha partecipato attivamente alle vicende politiche del nostro paese, dove ogni tanto è ritornato per incontrare gli amici, i compagni di lotta e i compaesani più cari. Da alcuni anni ha abbandonato l’attivismo politico per dedicarsi esclusivamente ai suoi amati studi storici. Ha pubblicato numerose opere tra cui: L’emigrazione in Sicilia 1652-1961 (1963), La Sicilia del 1812 (Caltanissetta-Roma, 1963), Risorgi­mento e classi popolari in Sicilia (Milano, 1968), Socialisti e cattolici in Sicilia (Caltanissetta-Roma 1972), I fasci siciliani (Torino, 1977), Movimenti di massa e democrazia nella Sicilia del dopoguerra (Bari, 1979), Il movimento contadino in Sicilia, Cronache parlamentari siciliane, Contadini e democrazia in Italia (Napoli, 1980), Il primo Maggio 1890 (Sellerio, Palermo, 1990), la monumentale opera in tre volumi Storia della Sicilia, pubblicata dall’editore Sellerio di Palermo, per la quale è stato riconosciuto come il più grande storico siciliano, ha curato il volume In ricordo di Gaetano Costa (Palermo 1992) e nel 2007 ha pubblicato Autobiografia politica, un appassionante libro che illustra gli avvenimenti storico-politici della Sicilia e, in particolare, della provincia di Agrigento. La Storia della Sicilia nel 2007 è stata riproposta e diffusa dal Gruppo editoriale L’Espresso ed ha conquistato un gran numero di lettori. Nel 2011 ha pubblicato “Maria Carolina e Lord Bentinck nel diario di Luigi de’ Medici e nel 2012 il saggio storico “Federco II e la Sicilia”.
Mi preme sottolineare che il prof. Francesco Renda ha sempre mostrato affetto sincero verso il paese natio e verso i concittadini. Ha donato alla nostra Biblioteca Comunale copia di tutte le sue opere e la prestigiosa raccolta di Riveli che vanno dal 1616 al 1811, da cui è possibile attingere tante notizie che riguardano le famiglie cattolicesi. In una intervista su cosa rappresentasse per lui Cattolica ebbe a dire: Ognuno si forma nei primi dieci quindici anni, ora io in questo periodo sono vissuto a Cattolica, quindi la mia formazione di fondo si è realizzata in questo paese… per me Cattolica è la mia esistenza e in questo mio essere c’è il ricordo bello e quello brutto.
Grazie al prof. Francesco Renda per tutto quello che ha dato a Cattolica e ai Siciliani tutti.

ESTRATTO DELL’INTERVISTA A FRANCESCO RENDA

Palermo, lì 22 ottobre 1992.
OMISSIS
Domanda: – Nel dicembre del 1947 il movimento contadino, in una manifestazione di protesta, diede l’assalto al palazzo del marchese Borsellino, com’è successo?
Risposta: – In quell’occasione io non ero presente, però posso dirle che cosa è successo. Nel dicembre del 1947 ci fu un’esplosione ribellistica in tutta la Sicilia.
Domanda: – Si trattò di un fenomeno a carattere regionale?
Risposta: – Sì, ricordo che a Canicattì ci fu una sparatoria, ci furono morti, in tanti paesi accaddero incidenti molto più gravi di quello che successe a Cattolica, dove in definitiva si verificarono degli episodi non mortali. In effetti, si bruciarono delle suppellettili, in tante altre parti ci furono scontri con la polizia e con le parti avverse, insomma fu un dramma. Da cosa fu determinata questa situazione? Nel maggio precedente era avvenuta la rottura del patto d’unità nazionale. Comunisti e socialisti erano stati cacciati via dal governo e quindi da forza di governo erano diventati forza d’opposizione ed anche d’opposizione perseguitata. Cosicché vennero messe in discussione tutte le conquiste che precedentemente c’erano state e naturalmente l’opposizione non era disposta a piegarsi e a cedere. Quindi, fu dichiarato uno sciopero generale in tutta la Sicilia, che aveva come obiettivo l’imponibile di manodopera ed alcune altre rivendicazioni. L’imponibile di manodopera era il tema centrale, però c’era una grande esasperazione delle masse, tra l’altro si era alla vigilia del 1948. Durante le manifestazioni di questo sciopero, svoltosi in clima di grandissima tensione, di grandissima divisione, vi furono anche manifesta­zioni di estremismo, in simili circostanze le tendenze estremiste finiscono con l’avere il sopravvento, perché evidentemente un conto è fare la manifestazione e rivendicare la propria ragione, altro conto prendere d’assalto il circolo dei civili, il palazzo del marchese o del comune. Ma fu un fatto di carattere generale, che poi si ritorse in danno per il movimento, perché queste cose allontanano le persone, che ti guardano con simpatia, e si concludono con le repressioni. Ci furono, infatti, degli arresti e alcuni compagni furono anche duramente colpiti con tutta una serie di conseguenze.
Domanda: – Agli inizi degli anni cinquanta il movimento contadino, così forte negli anni precedenti, a quanto pare, ha perduto gran parte della propria forza. Per quale motivo? A causa dell’emigrazione?
Risposta: – L’emigrazione è un elemento, non è tutta la spiegazione. Questa è una pagina della storia nazionale, non della sola storia di Cattolica e rappresenta un dato costitutivo della lotta sociale di quel periodo.
In definitiva noi abbiamo avuto una situazione di questo genere. Tra il 1944 e il 1950 la lotta si era incentrata sulla parola d’ordine: riforma agraria, ma in realtà sull’occupazione delle terre e la loro concessione alle cooperative. Quindi, una massa considerevole di contadini, non solo comunisti e socialisti anche demo­cristiani e di altre forze, aveva avuto la possibilità di accedere alla terra. Probabilmente in una situazione diversa, si sarebbe dovuto consolidare tale conquista, perché rappresentava un fatto che modificava la situazione in maniera definitiva. A vere il pezzo di terra, sia pure come concessione tempo­ranea, coltivarlo, già questo era un fatto importante. Però, c’era la richiesta della riforma agraria, che implicava che si facesse la legge, che si mettesse tutta assieme in un cumulo la terra espropriata, che poi andava sorteggiata e divisa. Ma qui entrò in conflitto la diversa posizione dei partiti politici. Il Partito. Comunista e il Partito Socialista in fondo avevano di mira il bracciante agricolo. Poi questa parola d’ordine: riforma agraria aveva una valenza di trasformazione profonda della società, una valenza rivoluzionaria, non rivo­luzionaria nel senso di cambiare potere, ma nel senso di cambiare nel profondo la società. La Democrazia Cristiana tendeva invece a privilegiare la formazione della piccola proprietà contadina, per cui già fin dal 1948 vennero le leggi per concretizzarla. Nel 1950-52, non so a Cattolica, parlo in generale, il feudo fu distrutto, perché passarono di mano qualcosa come cinquecentomila ettari di terreno, di cui con la legge di riforma agraria poco più di ottantamila ettari, con la legge sulla formazione della piccola proprietà contadina circa centocinquantamila ettari e il resto con la legge del mercato, che fu quello che sconvolse tutto. A questo punto si sarebbe dovuto cambiare l’orientamento della politica agraria.
L’obiettivo non poteva essere più la conquista della terra, avrebbe dovuto essere il consolidamento della terra conquistata e, quindi, il P.C.I. e il P.S.I. si sarebbero dovuti trasformare da partiti proletari in partiti proprietari, il che era in contraddizione con la loro natura. I due partiti si trovarono di fronte ad una realtà che non era connaturata con la loro formazione, diciamo, costituzionale. Cosicché la situazione imponeva di avviare una nuova politica e invece questo non si riuscì a fare. Si tentò di farlo, ma il quadro generale non lo consentiva. Se questo si fosse fatto, probabilmente parte dei contadini, che avevano avuto la terra, attraverso la riforma agraria in Sicilia e in tutta l’Italia, avrebbero consolidato questo loro rapporto. Invece la situazione non ebbe questo tipo di svolta. Perciò la riforma agraria ebbe come risultato che cambiò le cose, ma non si risolse a vantaggio di nessuna forza politica, meno che per la Democrazia Cristiana, che fu l’unica che vinse realmente questa battaglia.
OMISSIS
Domanda: – È importante conoscere le “nostre radici”? le vicende umane dei nostri progenitori?
Risposta: – L’uomo crea la storia. L’uomo è creatore e consumatore di storia. Cioè noi, operando, anche inconsapevolmente, produciamo storia. La rifles­sione sulle cose fatte, la memoria delle cose fatte, è una caratteristica del genere umano. L’uomo ha la memoria, quindi l’uomo ricorda il suo passato e respira questo passato come respira l’ossigeno dell’aria. Senza la respirazione, senza l’ossigeno, l’uomo non potrebbe vivere, ma l’uomo non vive neppure senza la riflessione storica. Qualunque cosa noi facciamo evidentemente si nutre di una riflessione storica. La conoscenza storica non è un fattore letterario. Il fatto letterario è una conoscenza storica evoluta, una conoscenza storica sofisticata, diciamo specialistica, di cultura raffinata, ma anche il più ignorante degli uomini, anche il più miserevole degli esseri umani ha un suo patrimonio di memoria storica. Ognuno di noi è un bacino di conoscenza. Questo bacino di conoscenza può essere più o meno profondo e certamente nella persona che non coltiva quella conoscenza il bacino è necessariamente limitato. Nell’anal­fabeta, nell’incolto il bacino di conoscenza storica è limitato alla sua esperienza personale, all’esperienza di famiglia e si potrebbe allargare a quella del quartiere in cui vive. Il bacino di conoscenza della persona colta si allarga, comprende non solo la propria esperienza personale, non solo l’esperienza della propria famiglia e non solo l’esperienza del paese, ma anche della nazione e del mondo. Quindi tanto più ampia è la conoscenza storica e tanto più larga e più espansiva diventa la capacità d’intervento. Conoscere le proprie radici che significa? Noi le radici le abbiamo in noi stessi, conoscerle, quindi, significa conoscere se stessi. Il passato non è tramontato per sempre, per cui tu puoi anche non tenerne conto, il passato è vivo nel presente, è la struttura costituiva del presente. Il più grande documento storico di tutto il passato è il mondo nel quale viviamo. Il documento della storia di Cattolica è la situazione di Cattolica così come lei la vive, poi ci vuole naturalmente una capacità di riflessione e di esperienza anche teorica, per recepire questi dati della testimonianza. La conoscenza delle proprie radici, quindi, è una conoscenza di se stessi. La storia non è maestra di vita, perché la storia non insegna nulla. La storia è la conoscenza del mondo in cui ognuno di noi agisce, è la conoscenza dei limiti che questo mondo pone, la conoscenza delle possibilità, ma poi ogni scelta che ognuno di noi compie è una scelta libera e quindi c’è una responsabilità. E allora la conoscenza storica delle radici, la conoscenza storica del passato è una conoscenza che aiuta ad operare e a vivere in maniera più ampia, più consapevole. Le radici, quali radici? Ecco il punto. Le radici non sono univoche. Le radici dell’uomo primitivo sono radici della famiglia, del clan. Quelle dell’uomo civile sono le radici della famiglia, del clan, del paese, ma anche le radici della nazione e del mondo. E allora le proprie radici non sono soltanto le origini di Cattolica, le proprie radici sono anche la cultura, la religione, l’ideale di vita cui ci si richiama. Quindi questo concetto delle radici è un concetto, che tanto più si approfondisce quello che io chiamo il bacino delle conoscenze, tanto più diventano profonde, radicate e difficili da conoscere.

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