Francesco Mulè, cultore della parola

Riceviamo e pubblichiamo una recensione di Virginia Murru, dalla Sardegna, sul poeta cattolicese Francesco Mulè.

Grande passione quella che lega Francesco Mulè alla poesia, come avviene per il primo amore, ‘i luoghi del tempo’ sono quelli dell’adolescenza, prima giovinezza; qui i primi tumulti in versi fanno sentire le loro istanze e chiedono d’essere impressi magari in un quaderno qualunque, eppure non si tratta di una voce anonima, o dell’esuberanza di un momento d’estro creativo che poi si dissolve senza troppo rumore.. La passione per la Poesia, arte affascinante e ancora misteriosa, continua, chiede spazio e tempo, comporre versi diventa un’esigenza interiore inconscia che porta compensi, lenisce, affranca lo spirito. Seguirne il passo, per ogni poeta, è semplice conseguenza, atto dovuto a questa voce che viene a cercare, sobilla l’animo, lo piega all’obbedienza dei suoi fervori, quasi culto direi.

E Francesco è un cultore convinto di quest’Arte, ancora senza una vera definizione:

Francesco De Santis sosteneva che ‘la poesia è la ragione messa in musica’, mentre Vladimir Majakovskij affermava che ‘la poesia è un viaggio nell’ignoto’, e Franz Kafka ‘una malattia..’

L’ultima definizione aderisce perfettamente alle impressioni di Francesco, il quale si considera ‘un malato’ di poesia, non alla ricerca di remissione..

Leggere i suoi versi significa cogliere l’evanescenza e la levità della vita, ma anche i suoi contrari, ovvero le tempeste, i momenti d’abbandono e solitudine interiore. Riportare questi frammenti di vissuto significa perciò fissare luci ed ombre dei suoi percorsi, talora in modo impietoso, come stille d’esperienza appena attinte dai più remoti recessi dell’intimo.

Non si tratta comunque solo di poesia autobiografica, i temi sono aperti a tutte le prospettive del suo sentire, è un quieto interrogarsi talvolta, un raccogliere sensazioni inedite dopo viaggi di pensiero che portano davanti a scenari che non si credeva possibile:

“Quando non rido/ mi preoccupa/ il pensiero/dell’instabilità/ dell’uomo ‘malato’.

E io (nolente)/ (pre)corro le istanze/ l’antiorario/mi procura vertigini/ a rischio..”

(dalla raccolta “Germogli di grano”).

Questi versi sono di una profondità inaudita, attraversano i meandri esclusivi delle verità più riposte e prossime alle sfere dell’oltre, per poi fermarsi bruscamente nel razionale di una ‘vertigine’, che induce in qualche modo alla resa, a una fermata sul versante della realtà.

E che dire di questa brevissima poesia, tratta sempre dalla stessa raccolta, soltanto quattro versi, incipit e chiusa per dire tantissimo senza retorica o circonvoluzioni di parole:

“Innatismo/della memoria/Felicità/che ho trovato.”

Non è semplice visitare questi abissi di pensiero, che sembrano pietre rutilanti in una scarpata universale, che riguarda tutti, qui infatti l’autore abbandona se stesso e diventa coscienza collettiva dell’essere, uno in tutti dentro quella Felicità che va ben oltre il sé.

E’ uno sguardo ad ampio spettro, che sorvola distanze e riunisce gli orizzonti di chi scrive e del mondo che gli sta intorno; i registri linguistici sono solo in apparenza ermetici, in realtà non è difficile percorrere il ciglio di quelle vie mentali e coglierne il senso.

Vorrei citare ancora i versi quasi micidiali di un altro brevissimo componimento:

“Mi manca la fame/di quei tramonti/memorie rinnovate tristi/ Il canto si è spento.”

(tratta da ‘Il mio Universo’)

Non necessitano di parafrasi, ma allo stesso tempo s’intuisce la ferita del tempo, l’orma intatta su quella sabbia docile al passo e alla memoria. Sono versi speculari di questo poeta, il cui stile non è definito da un laboratorio artistico che si avvale di strumenti linguistici statici, come a volte capita nella produzione di tanti autori, del passato e dei nostri tempi.

Ho avuto modo di apprezzare i virtuosismi stilistici di Francesco Mulé leggendo versi appartenenti a diverse raccolte, e ne ho colto il dinamismo, l’aulicità, quel saper essere leggero anche quando il tema sembrerebbe intrattabile, come in questi versi:

“Ho vissuto arroganze

Miste a prepotenze

M’hanno insegnato

Contro il mio volere

La tecnologia del cellulare..”

(Dalla raccolta “Il mio universo”

Correre dunque a perdifiato nelle anse della vita, irte di scogli che non di rado urtano contro,

schiantano nelle regole più rudi del cambiamento, non sempre accettato con indifferenza o compiacenza.

Francesco affronta in tanti componimenti anche il tema della donna, talora in toni autobiografici, affettivi, come nei seguenti:

DONNA

“…Oggi tu corri su piani

Di pagine ancora da sfogliare

Calore di afflati che spengono

Apatie di modi non tuoi

Si schiarisce tutto il cielo

Con la luce della tua sfolgorante

Innegabile virtù di donna.”

(Dalla medesima raccolta “Il mio Universo”)

Dice di sé in un momento d’introspezione artistica:

“L’anima segreta del poeta, artista della parola, è l’analisi delle proprie debolezze, dei propri desideri e progetti; è la visione del proprio animo raccontata agli altri (con tutta l’umiltà del proprio essere), ma, anche, e soprattutto, a se stesso, senza essere costretto a farlo e senza pensare ad un eventuale tormento. Il poeta, un bravo narratore di stati d’animo, ama raccontare le storie degli altri attraverso le proprie esigenze..”

Questa dunque è la sua ‘weltanschauung’, ossia visione, percezione del mondo, in questo caso si tratta di un mondo poetico che gira intorno ad un’asse di concezioni quasi metafisiche. Francesco ha infatti un concetto così alto e puro di quest’Arte, da ricondurre il suo sentire in un’orbita che sfiora i distretti di una realtà che va oltre il razionale.

Dice ancora del suo modo d’essere poeta:

“Uscendo dal mio isolamento, entro in contatto con il mondo, e allora il monologo diventa dialogo.”

Io aggiungerei che il poeta è una persona libera, uno che serve umilmente la verità della natura umana e i suoi dintorni, ma non si lascia asservire dalle spire urticanti del dolore, né condizionare: sensazioni ed emozioni sono un veicolo attraverso il quale il verso trova il suo transito, senza troppi personalismi. E’ anche nella misura in cui si riesce ad essere asettici nel ‘raccontare in versi’ che si esprime il valore di un autentico poeta.

Forse perché i poeti sono voci itineranti, in bilico tra i vizi e le virtù di una società, ne interpretano i costumi, sono in qualche modo la coscienza collettiva di questa realtà, e paradossalmente sono voci soliste, nel senso che esprimono il loro sentire senza condizionamenti, frugano dentro i cassetti scomodi delle verità più scottanti, e non si curano solitamente di chi non sa capire.

Insomma “lanciano pietre su ogni dio di carne,.”

Io credo di avere trovato questi ideali nelle raccolte poetiche di Francesco Mulè, una coerenza morale e artistica che fa fibrillare l’anima e i sensi di chi legge, ci si sente avvolti e chiamati in causa dai temi trattati, si ha l’impressione di esserci dentro, proprio perché sono contenuti universali, dove ognuno può ritrovare frammenti di sé.

Virginia Murru